Camp Darby: il ruolo strategico della base USA nel conflitto
Israele bombarda Iran, Libano e Gaza. Teheran risponde colpendo dal Golfo agli Emirati | Il Muos rischia di franare | È marzo ed è già strage di lavoratori e lavoratrici sui posti di lavoro
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LOGISTICA DI GUERRA - In questi giorni, i massicci spostamenti logistici dalla base USA di Camp Darby confermano il ruolo strategico di questa infrastruttura nei conflitti globali. Eppure, ogni richiesta di chiarimento alle autorità locali e nazionali si scontra con il muro della “riservatezza per la sicurezza nazionale”. Il risultato? I cittadini restano all’oscuro di ciò che accade sotto i loro occhi. Perché il silenzio su Camp Darby? Nonostante l’evidenza, l’attenzione pubblica resta bassa.
Le ragioni sono strutturali: in primis la subalternità politica; Camp Darby permane finché l’Italia accetta un ruolo subordinato agli USA. Le dinamiche militari cambiano, ma la funzione logistica resta intoccabile. Poi mettere in discussione le basi significa criticare l’intera Alleanza Atlantica e la sua proiezione bellica mondiale. E non ultimo il “Grande Hub” della guerra: la base è il cuore di un sistema integrato che coinvolge basi italiane, il porto di Livorno, l’aeroporto militare, centri di ricerca pubblica e progetti legati al PNRR.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, le considerazioni di Federico Giusti parte dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e delegato sindacale. Di seguito un estratto della sua analisi
Sempre in tema di logistica di guerra, oggi sulle nostre frequenze abbiamo approfondito anche:
La denuncia del Movimento No Muos sul rischio frana del Muos, già divenuto potenziale obiettivo militare sensibile per via dell’attacco USA in Iran. Il commento di Federica del Movimento No Muos.
MEDIO ORIENTE - A più di una settimana dall’inizio dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, non si fermano gli attacchi. I bombardamenti finora hanno ucciso 1.255 persone e ferite oltre 13.00, in un’escalation che non sembra seguirà alcuna strategia definita se non quella di destabilizzare il Paese, sperando di trovare qualche esponente del regime disposto a cedere. Una scommessa che al momento non accade come dimostra la nomina di Mojtaba Khamenei a nuova Guida Suprema, esponente dell’ala dura del regime e in particolare dei Pasdaran.
Nella notte, una telefonata tra Trump e Putin: il presidente USA ha sostenuto che “la guerra è quasi finita”. La risposta dei Pasdaran non si è fatta attendere: “Saremo noi a decidere la fine della guerra scatenata contro di noi”. Parole a cui hanno dato sostanza concreta i missili e i droni iraniani lanciati all’alba contro Dubai, gli Emirati Arabi, il Bahrein, l’Arabia Saudita e l’Iraq. In territorio iracheno è stata colpita la base Usa Al Harir, nel Kurdistan, dove Washington ha ucciso almeno 4 filoiraniani.
A poca distanza si trova la Turchia, dove ieri la Nato ha abbattuto un missile iraniano uscito probabilmente dalla sua traiettoria. Ankara ha annunciato oggi la preparazione di un sistema di difesa area Patriot nell’area orientale del Paese, in coordinamento con l’Alleanza. Nel frattempo il presidente francese Macron prova a intestarsi la difesa di Cipro, scatenando tensioni e malumori tra i partner europei.
Su questo, oggi ai nostri microfoni:
Raffaelle Crocco, giornalista, direttore di Unimondo – Atlante delle guerre e dei conflitti
Ennio Remondino, curatore del sito remocontro.org, ex inviato di guerra della Rai
C’è poi la guerra nella guerra, quella di Israele, che ha un obiettivo dichiarato: ridisegnare l’intera regione piegandola a un disegno messianico-coloniale. In questa direzione si inseriscono i raid a tappeto sul Libano: 500 persone uccise e 1.300 quelle ferite in otto giorni di aggressione. Solo questa mattina sei vittime: un intera famiglia sterminata nel sud del Paese.
Nuovi ordini di evacuazione, nella sostanza, non altro che ordini di autodeportazioni che colpiscono le due principali città libanesi del meridione, Tiro e Sidone, in una ulteriore escalation. Solo nelle ultime 24 ore si contano 100.000 nuovi sfollati mentre gli USA invitano i propri cittadini a lasciare immediatamente il Paese, dove il governo di Beirut, guidato dal presidente Aoun, accusa Hezbollah di “puntare alla dissoluzione del Paese” e chiede agli Stati Uniti di mediare per un negoziato diretto con Tel Aviv. Risposta di Israele: il silenzio.
Ai nostri microfoni, Pasquale Porciello, giornalista e corrispondente da Beirut per il quotidiano Il Manifesto. Di seguito un estratto del suo intervento
Raid e morti anche in Palestina, dove non si ferma il genocidio per mano israeliana. Ieri sette vittime a Gaza, tra cui una giornalista palestinese di Qatar Radio. Nei territori occupati dal 1948, oggi è sciopero generale indetto dai sindacati.
Epicentro: Arraba, l’ultima città colpita dalla violenze delle gang criminali israeliane che Tel Aviv lascia agire indisturbate. Solo nel 2025, 252 palestinesi con cittadinanza israeliana sono stati uccisi.
Infine, la Cisgiordania Occupata: pure qui valichi chiusi, mentre il ministro fascista Ben Gvir – assieme al sodale e anche lui ministro Smotrich – annuncia il porto d’armi automatico e senza alcun controllo preventivo a ogni uomo maggiorenne che occupa Gerusalemme, 300mila coloni – pistoleri in più in circolazione. Il tutto a fronte già oggi di un aumento esponenziale della violenza, in tutta la Cisgiordania Occupata.
Sulle nostre frequenze, l’analisi e il commento di Romana Rubeo, direttrice di Palestine Chronicle. Di seguito, un frammento dell’intervista.
Alla guerra militare si affianca quella economica ed energetica. Trump ha minacciato l’Iran di ritorsioni “venti volte più dure” se dovesse bloccare il flusso di petroio nello Stretto di Hormuz. Tehran ha risposto per le rime: “finché saremo sotto attacco, non lascerà passare un litro di petrolio dal Golfo Persico”
Sul piano internazioanle, i Paesi OPEC tagliano da oggi la produzione quotidina, in risposta alle difficoltà di esportazione. Washington valuta un allentamento delle sanzioni sul gregio russo e lo svincolo delle riserve di emergenza, lipotesi su cui ragiona anche l’Unione Europea. In Italia, i prezzi dei carburanti cotninuano a salire: oggi si riunisce il Consiglio dei Ministri, Roma, insieme a Berlino e Bruxelles, ha convocato per oggi una videoconferenza straordinaria tra leader europei.
OMICIDI SUL LAVORO - Il 2026, in Italia, si è aperto all’insegna della strage di lavoratori e lavoratrici sui posti di lavoro. All’inizio del mese di marzo, secondo l’Osservatorio nazionale di Bologna sulle morti sul lavoro, nello Stivale il lavoro aveva già fatto quasi duecento vittime tra quelle decedute sul posto di lavoro e quelle che hanno perso la vita “in itinere”.
Commenta così Carlo Soricelli, curatore dell’Osservatorio di Bologna, ai microfoni di Radio Onda d’Urto:
“Il mese di gennaio 2026, confrontato con quello del 2025, aveva fatto registrare un calo del 38%. La doccia fredda è arrivata a febbraio 2026, che è stato un mese terrificante, con 87 morti sul luogo di lavoro e più di cento in itinere, e marzo sta andando alla stessa maniera con più di 30 morti in soli 8 o 9 giorni lavorativi”,
Il riferimento è anche all’operaio di 62 anni morto lunedì 9 marzo, a Genova, schiacciato da un macchinario in una ditta di profilati. Nello stesso giorno, a Reggio Emilia, un operaio 55enne è caduto in una vasca di acqua bollente ed è in prognosi riservata. Nelle stesso ore, a Travese, provincia di Torino, è grave l’operaio ferito alla testa da una benna che lo ha colpito mentre lavorava in un cantiere.
In occasione dell’8 marzo, giornata internazionale per i diritti delle donne, l’Osservatorio sulle morti sul lavoro ha dedicato una sezione del proprio report giornaliero ai dati che riguardano le donne lavoratrici: “sono tantissime le donne che muoiono, soprattutto “in itinere”, spiega Carlo Soricelli. “Ovviamente – precisa – ci sono state vittime donne in ogni categoria, ma le donne muoiono soprattutto in itinere perché vanno sempre di fretta per conciliare il lavoro in ufficio, in fabbrica o in altro luogo, con quello casalingo, perché spesso si occupano dei figli, dei genitori anziani, del marito, e quindi muoiono numerosissime per stress e stanchezza”.
A Carlo Soricelli abbiamo chiesto una valutazione dell’operato del governo Meloni in materia di sicurezza sul lavoro fino a questo momento: “è nullo, come al solito“, commenta Soricelli. “Non sta facendo nulla di concreto, anzi, la situazione è peggiorata. Vendono solo del fumo”, aggiunge. “Se poi, con il referendum, riusciranno a mettere sotto controllo anche la magistratura, la situazione peggiorerà anche dal punto di vista dei processi ai datori di lavoro nei casi di morti o infortuni sul lavoro. Come al solito, i potenti non li toccheranno più, toccheranno solo la povera gente, gli operai e i lavoratori”, conclude.
Oggi su Radio Onda d’Urto anche:
VIOLENZA DI GENERE: Pubblicate con due anni di ritardo le rilevazioni nazionali sui centri antiviolenza. 61mila donne hanno chiesto aiuto. L’intervista con Viviana Cassini, presidente di Casa delle donne di Brescia.
“LATINOAMERICA”: Il voto in Colombia e il bloqueo (anche) energetico ai danni di Cuba.
XXXIV FESTA DI RADIO ONDA D’URTO: Sarafine salirà sul palco principale il 7 agosto.
A chiudere, l’appuntamento con Storia di Classe:
Pochi minuti, ogni giorno, per ripercorrere la storia (la “nostra” storia). Un evento storico, una mobilitazione politica, una rivolta, una lotta, tornando indietro nel tempo per conoscere la storia dei movimenti operai, di classe e rivoluzionari.
10 marzo 1923 - Il Consiglio dei Ministri Fascista riduce la giornata lavorativa a 8 ore






