Venezuela: sabato 10 gennaio giornata nazionale di mobilitazione contro imperialismo e colonialismo
Previsto anche a Brescia un corteo: ore 15 da San Faustino I Palestina: Israele continua a uccidere e occupare I Londra: attivisti di Palestine Action in sciopero della fame rischiano la morte
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VENEZUELA - Salgono a 80 i morti, tra militari e civili, dell’aggressione militare Usa contro il Venezuela di sabato 3 gennaio. Tra loro 32 cittadini cubani, la scorta di Maduro e della moglie Cilia Flores, trucidati dalle forze speciali Usa. Oggi, proprio Maduro e la moglie sono comparsi davanti a un giudice federale a New York, per rispondere alle accuse-farsa di narcotraffico e terrorismo mosse direttamente da Trump. Accuse respinte dai due, arrivati in aula con i ceppi ai piedi. Prossima udienza fissata per il 17 marzo.
Intanto Trump esplicita nuovamente le mire degli Usa sulle risorse petrolifere venezuelane, rivendicandone l’accesso totale, e attacca Delcy Rodríguez, nominata formalmente oggi presidente ad interim del Paese per 90 giorni. “Ci sarà un secondo attacco se non seguirà le nostre richieste” ha affermato Trump, replicando così al primo messaggio di Rodriguez post-aggressione, in cui lo invitata a “lavorare insieme”, auspicando “un rapporto più rispettoso tra i due Paesi”. “Siamo noi ad avere il controllo in Venezuela’, ribadisce il presidente Usa, mettendo così le mani avanti anche sull’accesso alle altre imponenti risorse naturali venezualane.
Di Venezuela si è parlato oggi pomeriggio al Consiglio di sicurezza Onu. Il segretario generale Guterres si è detto “profondamente preoccupato dal fatto che le norme del diritto internazionale non siano state rispettate nell’ azione militare del 3 gennaio” in Venezuela. “Il potere della legge deve prevalere”, ha detto nella riunione del Consiglio di Sicurezza, dove non ci si aspetta molto, visto che gli Usa - membro permanente - hanno in mano la clava del diritto di veto.
In Europa, invece, 37 eurodeputati di Sinistra, Verdi e Socialisti chiedono alla Ue di condannare l’attacco Usa, avviare iniziative diplomatiche di de-escalation e di riconsiderare la cooperazione in materia di sicurezza e difesa con Washington, in particolare nell’ambito della Nato. La lettera, promossa dall’eurodeputato del M5S Danilo Della Valle, è firmata tra gli altri dai pentastellati Tridico, Tamburrano Morace e Palmisano, i Verdi Orlando e Guarda e la dem Cecilia Strada.
Torniamo nelle Americhe, dove il tycoon minaccia esplicitamente Messico e Colombia. Qui il progressista Petro (ancora per poco, visto che si vota a maggio) si dice “pronto all’uso delle armi contro le minacce Usa”, che intanto tornano con dichiarazioni diplomatiche a ventilare la presa di forza della Groenlandia, senza dimenticare poi l’antico pallino di Cuba: “l’isola è pronta a cadere da sola”, dice Trump, aggiungendo poi: “non è necessario intervenire, perchè i cubani”, da oltre 60 anni sotto embargo criminale “non avranno più soldi nè petrolio dal Venezuela”, dove nelle ultime ore migliaia di persone sono scesi in piazza, a Caracas ma non solo, contro l’attacco Usa e per il rispetto dell’autodeterminazione popolare, dentro i confini dettati dalla Costituzione bolivariana, quella del 1999 di Chavez
Dal Venezuela all’Italia: AVS ha richiesto formalmente la convocazione urgente del Parlamento, affermando che “l’Italia non può restare in silenzio e non può diventare vassalla di chi vuole riscrivere gli equilibri mondiali con le armi”. Intanto oggi a Roma presidio di una sessantina di realtà della società civile, tra sindacati e associazioni, in Piazza Barberini, non lontano dall’Ambasciata Usa. Primi organizzatori Anpi, Cgil, Stop Rearm Europe e Rete Italiana Pace e Disarmo.
Le realtà più militanti lanciano invece una giornata di mobilitazione nazionale per la giornata di sabato 10 gennaio: è il caso di Brescia, con un corteo che partirà alle ore 15 dalla metro San Faustino.
Abbiamo poi allargato lo sguardo al resto del LatinoAmerica:
PALESTINA - Dalle Americhe al Medio Oriente, dove prosegue senza fine il genocidio del popolo palestinese per mano israeliana nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore l’11 ottobre 2025. In 24 ore a Gaza le forze di occupazione israeliane hanno ucciso almeno tre palestinesi a Khan Younis. Poco più a sud c’è il valico di Rafah, chiuso da tempo immemore. Oggi fonti egiziane sostengono che “riaprirà all’inizio della prossima settimana” e “che le forze europee, appartenenti alla missione civile dell’Unione Europea al valico svolgeranno un ruolo centrale” e sarebbero “già arrivate in Israele, pronte per il dispiegamento.
Da Gaza alla Cisgiordania Occupata, dove l’esercito e i coloni continuano ad aggredire la popolazione. Ucciso un uomo beduino durante un’irruzione a Tarabin, nel sud. In questo contesto le autorità israeliane hanno anche approvato la costruzione di 126 unità coloniali nell’avamposto di Sanur, situato illegalmente nel nord, come parte della politica di espansione degli insediamenti israeliani.
PALESTINE ACTION - Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Lewie Chiaramello e Teuta Hoxha sono 4 attiviste-i di Palestine Action in sciopero della fame – in alcuni casi da oltre 2 mesi – nelle carceri britanniche (altre 4 attiviste-i hanno invece dovuto interrompere l’azione di lotta nelle scorse settimane).
Le loro condizioni di salute sono pericolosamente vicine al punto di non ritorno.
Nelle ultime ore il network “Prisoners For Palestine” ha fatto sapere che “l”attivista Teuta Hoxha deve essere ricoverata in ospedale, ma le autorità carcerarie gli hanno negato le cure mediche. Per questo ha dovuto sospendere lo sciopero della fame dopo oltre due mesi senza cibo”, pur tornando a chiedere – per Hoxha e per tutte-i – “la libertà su cauzione immediata e il diritto a un giusto processo”.
Attiviste-i rischiano seriamente la morte, dopo oltre due mesi di sciopero della fame, lanciato dopo l’incarcerazione con l’accusa pesantissima di terrorismo, per azioni nonviolente dirette contro le complicità anche britanniche nel genocidio per mano israeliana in corso in Palestina.
Un’accusa pesantissima e surreale, che va ben oltre le contestazioni specifiche (come irruzione di edifici, scasso e altro) e figlia della decisione dell’estate 2025 del governo (laburista) di Londra di mettere al bando Palestine Action in quanto “organizzazione terroristica”, inserendola nella stessa categoria di gruppi come al-Qaeda e Daesh e persino di movimenti neonazisti e suprematisti.
8 attiviste-i sono così in carcere dall’autunno 2025, in particolare per il loro presunto coinvolgimento nell’irruzione di Filton (Bristol) dentro Elbit Systems, azienda bellica israeliana, con sedi in tutta la Gran Bretagna, oltre che per un’altrettanto presunta effrazione in una base aeronautica della RAF nell’Oxfordshire, dove 2 aerei militari sono stati colpiti con vernice rossa.
Le persone incarcerate di Palestine Action sono ancora tutte in attesa di un qualsiasi giudizio; le udienze non si sono infatti ancora nemmeno tenute. In alcuni casi sono state fissate addirittura per il 2027. Pure il ricorso presentato davanti all’Alta Corte di Londra sull’incarcerazione preventiva e la contestazione di “terrorismo”, previsto per fine 2025, per ora non è ancora stato discusso.
REFERENDUM - Dall’Italia. Giro di boa - 225mila firme su 500mila - per la raccolta online dedicata al referendum sulla separazione delle carriere voluta da destra e ministro Nordio. La raccolta è stata lanciata il 22 dicembre da un comitato di 15 cittadini. Se entro il 30 gennaio verrà superata la soglia delle 500mila firme, il Comitato promotore delle firme avrà una serie di diritti durante la campagna referendaria, a partire dagli spazi televisivi per la par condicio. Il Comitato promotore è diverso da quello dei magistrati e dalle associazioni della società civile.
Sul tema del referendum Radio Onda d’Urto da settimane organizza confronti e dibattiti: oggi è la volta interviste di Marco Ladu, professore di diritto costituzionale e pubblico all’Università eCampus – e portavoce del comitato “Giusto dire no” per il distretto di Brescia - e dell’avvocato penalista e legale di movimento Sergio Pezzucchi
A chiudere, l’appuntamento con Storia di Classe:
Pochi minuti, ogni giorno, per ripercorrere la storia (la “nostra” storia). Un evento storico, una mobilitazione politica, una rivolta, una lotta, tornando indietro nel tempo per conoscere la storia dei movimenti operai, di classe e rivoluzionari.
5 gennaio 1968 - In Cecoslovacchia inizia la Primavera di Praga.









